La blockchain per tutelare prodotti di qualità

L’industria del marmo e la blockchain hanno almeno un’analogia: entrambe lavorano su blocchi. La prima, però, è una pratica antichissima, la seconda si sta facendo conoscere e apprezzare da poco. C’è un punto però che le unisce: un progetto italiano frutto della creatività e della conoscenza della materia lapidea e tecnologica che sarà presentato proprio in questi giorni. Si chiama Marblechain e il suo obiettivo è tutelare la qualità alla base della filiera di lavorazione del marmo di alta gamma grazie alle peculiarità della blockchain.

 

Dall’azienda tradizionale all’impresa 4.0

MarbleChain è frutto della caparbietà e della volontà d’innovazione di Claudio Morelli. L’imprenditore di Carrara, rilevata l’azienda lapidea paterna, seppure ben avviata e importante nella manifattura italiana, decide che è necessaria una profonda conversione. «Mi resi conto qualche anno fa, con una opportuna verifica, che il modello esistente non aveva più un futuro. La concorrenza nazionale era praticamente scomparsa, i costi in crescita progressiva e la competizione, specie quella asiatica, era sempre più insostenibile. In ogni caso eravamo in crescita. Ma non poteva più avere senso proseguire nello stesso modo».

Da lì nasce l’intenzione, dopo approfondita analisi, di passare da una visione di produzione a una visione di processo. Si perfeziona così l’idea di un modello ancor più innovativo, che riceve il plauso della critica, ottenendo anche il premio innovazione tecnologica di Smau, nel 2015, bissato nel 2016 e seguito da un premio per la sostenibilità nel settore lapideo, che ha ottenuto anche un importante riconoscimento a ILLUMINOTRONICA, con il progetto Marble Leap, un tavolo intelligente in marmo che si connette al cloud.

«ILLUMINOTRONICA è stata certamente un’esperienza positiva, specialmente in prospettiva, un valido momento di confronto al di fuori del contesto lapideo, incentrata invece sul valore dell’innovazione tecnologica. Mi ha stimolato a proseguire sull’importanza della tecnologia».

Il percorso intrapreso lo porta alla creazione di Apuana Corporate, progetto di fabbrica diffusa di natura economica, etica e sociale, che prende vita sotto forma di rete fra imprese, aggregate in maniera informale. Si arriva così alla scelta del modello di governance della rete Apuana Corporate, supportato dal modello di riferimento di blockchain. Una sfida a tutto campo che Morelli è pronto ad affrontare:

«se un’azienda vuole fare innovazione deve correre dei rischi, altrimenti decide di vivere nel passato, ma non è il nostro caso, perché è una sfida che siamo pronti a vincere».

Qualità certificata e blockchain

«Il progetto Marblechain nasce per avere un tracciamento della filiera lapidea, certificando il processo di lavorazione della materia prima, per fornire al cliente finale una certificazione che attesta dove sia stata effettivamente lavorata, fornendo così al prodotto un valore decisamente maggiore», spiega Fabio Gatti, esperto IT e specialista IoT Assodel, che ha seguito il progetto da consulente e amico di Morelli.

«un altro aspetto importante del progetto è che, seppure la blockchain sia una parte importante, non è il fattore basilare. È la governance il vero concetto chiave: se non fosse così, tutto si ridurrebbe solo a un processo puramente tecnologico. Qui invece l’idea è di integrare intimamente il modello organizzativo e produttivo con la tecnologia, che è lo strumento per tracciare in maniera indelebile le varie fasi e fornire assoluta trasparenza sulla qualità che c’è dietro a tutto questo».

Ciò significa un profondo lavoro di conoscenza dei vari attori coinvolti nella filiera e dei loro flussi aziendali. Un lavoro complesso: parlare dell’industria della lavorazione del marmo, infatti, significa entrare in un mondo antico e complesso, composto da tantissime micro imprese artigianali spesso tramandate di padre in figlio, componenti di un tessuto produttivo che ha più di duemila anni di storia.

Fabio Gatti Assodel
Fabio Gatti

 

Blockchain per la trasparenza

Arriviamo così alla scelta di avvalersi della “catena di blocchi” per tracciare il processo lavorativo. Illustra Gatti:

«la blockchain trasforma le relazioni tra aziende, legate da contratti, mappando tutte le transazioni e mettendole in condivisione, apponendo sui passaggi una firma elettronica, indelebile. Entra in gioco in un contesto dove c’è bisogno di fiducia e trasparenza: la blockchain quindi fa da garante, verso di loro e verso l’end user».

Da qui la differenza sostanziale rispetto all’uso di un semplice database: la necessità di fare chiarezza e fare di essa un valore aggiunto, un biglietto da visita con cui ci si presenta al mercato. «Un concetto fondamentale alla base della blockchain, pubblica o privata, è il consenso: se si effettua una transazione in questa modalità essa non è immediatamente operativa, ma richiede il consenso e la validazione della rete, tramite uno specifico algoritmo». Ecco perché tutti i professionisti coinvolti nella filiera hanno un’idea chiara di quanto avviene: non solo prendono visione di cosa stanno facendo gli altri attori, ma danno il loro avvallo in una procedura che li coinvolge in prima persona.

«Ognuna delle aziende lavora all’interno di un’intranet, disponendo di un computer con un database replicato contenente le transazioni e lo stato della rete. Funziona allo stesso modo, in modalità pubblica con i bitcoin». Un sistema sicuro e a prova di hacker, dato che i dati replicati su tutti i computer hanno una matrice non camuffabile.

Da qui passa la qualità del manufatto, frutto di attenzione, ma anche perché così si attua un’integrazione virtuosa tra i vari componenti.

Come funziona transazione in blockchain Illuminotronica
Come funziona una transazione nella blockchain

Blockchain per l’ecosostenibilità

Ma oltre alla tracciatura e alla trasparenza, che presuppone anche la disponibilità del software, vi sono altri due obiettivi perseguiti da Marblechain: la sostenibilità e l’etica. Controllare a livello informatico le varie fasi fornisce anche la possibilità di andare a verificare non solo quanta materia prima sia stata utilizzata, ma anche tracciare quanto scarto sia stato prodotto. Ciò ha un positivo intento green in piena logica di economia circolare: il residuo di lavorazione, infatti, viene successivamente impiegato per altre produzioni. «Così facendo, grazie alla tracciatura, si stimola la cultura del riuso, un modello virtuoso che evita la dismissione dello scarto, con costi relativi di smaltimento, ma lo rimette in circolo per altre produzioni con un ulteriore guadagno e offrendo al cliente finale una visione completa e chiara su tutto il processo».

 

Blockchain a tutela della privacy

Equa, sostenibile, trasparente: ma è anche a prova di GDPR, ossia di Regolamento europeo per la privacy, entrato in vigore nei giorni scorsi? «Ci siamo posti la questione. Già da tempo è stata trovata una soluzione tecnica. Il sistema è composto da due strutture dati: una prima, tradizionale, in chiaro, in cui ognuno dei componenti è identificato con il proprio nome e con un sistema che fa riferimento a una seconda struttura blockchain, in cui si è identificati con una sigla matematica, un indirizzo a un database tradizionale. Nelle transazioni blockchain ognuno ha diritto all’oblio ed è riconosciuto dal sistema unicamente da un codice matematico, tutelando così pienamente i suoi dati personali, pur lasciando una traccia che permette di risalire a chi ha svolto la determinata operazione in maniera anonima.

 

Blockchain e Internet of Thing

Ma con tutto questo sistema cosa c’entra l’Internet of Things? C’entra eccome: «Noi stiamo tracciando in questa catena un “bene informatico”, sotto forma di un oggetto fisico che, opportunamente lavorato, va sul mercato e che permetta di identificarlo come bene realizzato dalla filiera. Occorre quindi un anello di congiunzione tra prodotto e produttore: e qui entra in gioco l’Internet delle Cose, ovvero la necessità di interconnessione che mi permetta di identificare, attraverso un sensore, l’artefatto». Anche in questo caso, la cura si nota dal dettaglio: il sensore utilizzato è di tipo NFC (Near Field Communication), tecnologia che permette lo scambio di dati tra due dispositivi in modalità wireless, entro una distanza di pochi centimentri. «si tratta di un sensore wireless passivo senza batteria che a prima vista sembra un disegnino. Bene, quella è l’antenna che si attiva nel momento in cui un dispositivo si avvicina per leggerlo, recuperando parte dell’energia dello smartphone o tablet e accumulandola, inviando così un messaggio di riconoscimento». È una sorta di “cellula dormiente”, un tipico esempio di energy harvesting. Una volta ricevuto l’identificativo entra in gioco ancora una volta la blockchain, che verifica nel suo registro l’effettiva validità.

Il dubbio che può venire è: il sensore NFC è clonabile? No: «Ogni volta che si va a interrogarlo, genera un ID sempre diverso, quindi non è duplicabile». Tutto quanto scritto fa capire che si tratta di tecnologia di ultimissima generazione.

 

Blockchain anti età

Infine, la “catena di blocchi” risolve anche un problema che ha assunto un rilievo importante nell’era tecnologica: l’obsolescenza. «La tecnologia ha una vita molto limitata e la sua evoluzione tende a… dimenticarsi del passato e degli standard precedenti. Ma non si concilia con un oggetto di marmo, dalla vita lunghissima. Come conciliare questi due mondi? Come essere certo che tra tot anni potrò sempre conoscere e accertarmi dell’origine dell’artefatto? Con la blockchain pubblica. Poco compatibile per le transazioni di tipo aziendale, data la sua lentezza, si dimostra congeniale perché è una rete mondiale. Scrivere un dato su di essa permette di registrare in una sorta di archivio storico indelebile. Per gli oggetti di valore rappresenta un vantaggio sensibile. Al cliente verrà dato un certificato di autenticità, un documento cartaceo su cui è riportato il numero di riferimento del blocco dati nella blockchain pubblica che contiene il tuo identificativo». Nel caso di Marblechain è stata utilizzato Ethereum, progetto di rete di seconda generazione nato e sviluppatosi nella blockchain pubblica che rispetto a Bitcoin ha una caratteristica in più: nel momento della transazione permette di agganciare dei dati aggiuntivi che, una volta in rete, sono indelebili. Tanto per far comprendere meglio l’importanza di questa tecnologia: Ethereum è stata impiegata nel rendere universalmente noto e a prova di cancellazione il trattato di pace tra le due Coree.

 

Un progetto di fama mondiale

Il progetto Marblechain sarà presentato venerdì 1 giugno, in anteprima alla Camera di Commercio di Carrara. Ma avrà un’eco internazionale, dato che è stato selezionato per il prossimo evento Intel Global IoT DevFest III (19-20 giugno). Un palcoscenico decisamente importante, in cui salirà un pezzo del Made in Italy che ancora una volta mostra il suo lato più bello, coniugando amore per la qualità, per la bellezza e attenzione all’innovazione.

 

Di blockchain, Internet of Things e di altri temi della tecnologia più evoluta parlerà l’esperto e specialista IoT Assodel Fabio Gatti, a ILLUMINOTRONICA (Bologna, 29/30 novembre – 1 dicembre)

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